Se non è ipocrisia poco ci manca. Ieri una manciata di organizzazioni internazionali ha lanciato “l'allarme guerra in Sudan” ricordando al mondo che “il trattato di pace firmato a Nairobi nel 2005 tra nord e sud Sudan è a rischio collasso”. Solo che la situazione è così da almeno due anni e questi se ne accorgono solo ora.
Il Comprehensive Peace Agreement (C.P.A.) firmato dal defunto John Garang in rappresentanza del Sudan People Liberation Movement (Splm) e da Ali Osman Mohamed Taha per il Sudan, mise fine a una guerra durata 22 anni. Secondo il CPA, il Sud Sudan avrebbe avuto un governo autonomo fino al 2011, fino a quando cioè il Sud Sudan dovrebbe decidere attraverso un referendum se staccarsi in modo definiti dal Sudan (secessione). Il CPA è integrato da otto protocolli aggiuntivi che stabiliscono accordi specifici per alcune regioni tra le quali le più importanti sono quella di Abyei e dei Monti Nuba, zone ricchissime di petrolio.
Ora, a parte da riduttiva (molto riduttiva) descrizione dei fatti relativi al CPA, da quasi subito Khartoum ha sistematicamente violato gli accordi, a partire dal riposizionamento delle truppe fino alla cosiddetta “questione di Abyei”, una regione che galleggia letteralmente sul petrolio e che il Sudan fa di tutto per non cedere al Sud arrivando persino a fomentare scontri etnici. Nei mesi scorsi i due eserciti (di Sudan e di Sud Sudan) sono arrivati diverse volte ai ferri corti (ne abbiamo parlato qui, qui e in molti altri articoli) facendo veramente temere la ripresa della guerra. Il colpo di grazia lo ha dato il censimento chiaramente truccato da Khartoum e non riconosciuto da Juba (la capitale del Sud Sudan) il quale dando numeri sbagliati distorce la realtà del Sud Sudan e compromette anche il futuro referendum per la secessione in quanto gli aventi diritto al voto sarebbero molti di più di quanti censiti da Khartoum. Per questo Juba sta pensando in questi giorni di rifare il censimento limitato, chiaramente, alle regioni del Sud Sudan. Questo è solo uno dei tanti punti di scontro tra Khartoum e Juba. Tuttavia, paradossalmente, l'allarme lanciato ieri arriva in un momento in cui le due capitali si stanno parlando e stanno cercando di raggiungere un accordo (su alcuni punti l'accordo c'è già), il che lascia obbiettivamente molto perplessi sulle finalità di tale allarme.
Ora, lungi da noi fare i maligni, ma ci sono una marea di interessi dietro alla situazione di crisi che sta vivendo il Sud Sudan e di certo questi allarmi fatti nel momento sbagliato possono compromettere i tentativi di dialogo tra Juba e Khartoum. Gli allarmi vanno lanciati, ma al momento giusto e questo non è il momento giusto. Lo era qualche mese fa quando la situazione sembrava precipitare da un momento all'altro e magari lo sarà tra qualche giorno se Juba e Khartoum non raggiungeranno un accordo. Ma non lo è ora. Adesso queste interferenze rischiano di rovinare il lavoro dei mediatori internazionali e questo non è buono. Capiamo che le emergenze umanitarie permanenti portano un bel giro di denaro e titoli roboanti sui giornali, ma prima o poi si dovrà pur risolvere la questione del Sud Sudan, oppure vogliamo lasciare le cose come stanno per la felicità di Khartoum e di chi guadagna soldi con le emergenze umanitarie (compresi i trafficanti di armi)? Insomma pensiamoci prima di lanciare allarmi a vanvera e, soprattutto, nei momenti sbagliati.